martedì 1 giugno 2010

Così parlerò col mondo: la storia di Michele Riva


La SLA è una malattina silente, che arriva e attacca il fisico pian piano, senza dare scampo al malcapitato. Come un’ombra, si attacca alle caviglie, al midollo della vita e te lo succhia via come se nulla fosse, giorno dopo giorno. E si resta lì, sfiancati, riversi sul letto, muti. Ma ora, per la prima volta in Italia, questo rigido e infausto gioco del silenzio potrà essere finalmente rotto.
Così parlerò col mondo: la storia di Michele Riva
Era il 1999. Ogni girono mi svegliavo, mi alzavo dal letto, come sempre. Ogni mattina le stesse quotidiane azioni, sovrapensiero. Camminavo le per strade di Torino, fremente, a passo svelto per non fare tardi. Ogni tanto sentivo una senzazione fredda e stridula alla base del collo, come un avveretimento, un ammonimento invisibile che mi metteva in guardia. Allora io mi giravo, per guardarmi le spalle,cercando il pericolo, cosa o chi minacciava la mia serenità. Ma non vidi nulla. Impercettibile, un’ombra sospetta, da quel girono, iniziò a seguirmi, ovunque, senza motivo, senza sosta.

Ovunque andassi, con chiunque parlassi o mi intrattenessi, quell’entità oscura era lì con me. Non potevo liberarmene. Inizialmente mi preoccupai, ansioso com’ero di vederci chiaro, di avere delle risposte, ma queste esitavano ad arrivare. Pian piano mi sentivo sempre più fiacco, con difficoltà ad alzarmi dal letto. Salire i gradini della scala del palazzo divenne un’impresa titanica. Credevo fosse stress, stanchezza. Poi mi accorsi che la famigerata ombra si era attaccata, avvinghiata a me, alle mie gambe, alle mie braccia, al mio torace, impedendomi di respirare, di muovermi, di comunicare.

Una mattina mi ritrovai steso, rigido e muto, in un letto. Come una tomba a cielo aperto, restavo li, minuto dopo minuto, senza poter parlare, vivere, accompagnarmi ai miei cari. La vita sembrava abbandonarmi, scivolarmi fra le dita come sabbia che ritorna alla spiaggia cadendo dalle mani. Ogni mio sogno sembrava svanito. Uno su tutti, quello di diventare radioamatore. Fin da bambino amavo parlare via etere, poter inviare la mia voce nell’etere, in un mondo parallelo, infinito. Ma ora, aprire la bocca e farne uscire qualcosa, anche uno stridio, era una missione impossibile.

Mai avrei pensato che la tecnologia mi sarebbe venuta incontro. Grazie a due computer e a un sensore oculare, riuscirò di nuovo a spandere la mia voce, i miei pensieri nell’etere, raccontare a tanti orecchi tesi le storie che meglio mi rappresentano, che vivo, nelle mie giornate piene di silenzio e di staticità, limiti che la mia mente e la mia tenacia hanno saputo bypassare.

Tratto da Agoravox Italia del 01/06/10