venerdì 29 gennaio 2010

Intervista a Caspian Makan ex fidanzato di Neda Soltan


Abbiamo contattato Caspian Makan ex fidanzato di Neda Soltan uccisa in Iran nella rivoluzione dello scorso Giugno 2009 ed eletta dal mondo della comunicazione personaggio dell’anno 2009.
Caspian è stato testimone, oltre che della vita di Neda, dei movimenti rivoluzionari degli ultimi mesi accaduti in Iran dopo la rielezione del Presidente Ahmadinejad.
Iran.


In esclusiva per AgoraVox parla Caspian Makan, fidanzato di Neda Soltan.

Caspian, può darci testimonianza su quanto è accaduto a Neda il 20 giugno 2009 e sul legame della sua triste scomparsa con gli eventi rivoluzionari di quei giorni in Iran, considerando che in molti in Europa hanno considerato la sua vicenda una montatura mediatica? Qual era, inoltre, il pensiero di Neda nei confronti della realtà in cui viveva?

Prima di tutto, voglio sottolineare tutto ciò che mi è stato erroneamente addebitato, voglio affermare che Neda non è mai stata coinvolta nella politica ma che lei ha sempre aspirato alla libertà dell’uomo. Ha sempre sofferto per le limitazioni superficiali e superstiziose create dai dogmi religiosi.

Ha iniziato a studiare spiritualità all’Università per comprendere come nascevano le religioni e qual era il loro fine. Era molto brillante e curiosa.

Dopo un anno si è resa conto che i dirigenti scolastici le facevano pressione per il suo modo di pensare e anche per il modo di apparire e per il modo di vestire.


Sentì che imparare era diventato un obiettivo secondario. Successivamente ha abbandonato l’Università e decide di studiare musica da autodidatta.

Viveva in uno stato che era l’epicentro della mancanza di individualità e libertà civili.

L’Iran ha un governo religioso con capi estremisti che non credono nelle libertà individuali delle persone, e il guinzaglio a cui tengono legati i giovani diventa ogni giorno più corto.

Inoltre, trattano le persone nei modi più disumani. Da più di 30 anni la gente innocente viene colpita, ferita, imprigionata e persino uccisa. L’amore per la libertà e le aspirazioni umane di Neda sono venute alla luce durante le elezioni presidenziali del Giugno 2009.

A queste elezioni partecipavano 4 candidati, ma Neda pensava che fossero tutti uguali.

Le uniche differenze erano nel loro modo di presentarsi. Questo è stato il motivo per cui non ha votato e non ha sostenuto nessuno dei candidati. Ma quando si è accorta che si stavano verificando brogli elettorali, decide di unirsi alla gente che protestava. Fin dall’inizio ha partecipato alle proteste affianco al popolo e diviene molto attiva.


Al contrario di molta gente afflitta da problemi di varia natura, Neda sapeva perfettamente cosa faceva e cosa voleva. Pochi giorni prima della morte, quando ho visto la repressione, ho cercato di convincerla a non partecipare alle dimostrazioni. L’amavo e non volevo che le accadesse qualcosa. Le ho chiesto: "Che succede se ti arrestano?". Risponde: “Non è importante!”. Ho replicato: “Se ti sparano addosso?”.

Lei mi ha risposto: “Anche se un bossolo attraversa il mio cuore, non importa! E’ più importante ciò per cui combattiamo. Quando si tratta di sostenere i nostri diritti rubati, non dobbiamo esitare. Ognuno è responsabile. Io non sono diversa dagli altri”.

Le ultime sue parole sono state: “Ogni persona lascia un’impronta in questo mondo!”.

La mattina del 20 giugno 2009 lei ha avuto una conversazione simile con sua madre prima di uscire di casa e sua madre non era stata capace di farle cambiare idea sull’intento di partecipare alle dimostrazioni.

Sfortunatamente quella mattina è stata colpita dalle forze del regime ed è accaduto che tutto è stato catturato da una macchina fotografica/cinepresa. Mi piace descriverla durante i suoi ultimi momenti: aveva gli occhi completamente aperti, una faccia serena, nessuna disapprovazione, pienamente cosciente alla fine si è arresa alla morte. Non è stata colpita da un proiettile grande e non è morta all’istante. E’ stata colpita da un piccolo proiettile che ha impiegato 7 lunghi interminabili minuti a toglierle la sua vita. Penso spesso a quanto disagio proviamo quando abbiamo una spina conficcata nel dito. Il cuore innocente di Neda era stato trafitto da un proiettile, il sangue zampillava dal suo corpo eppure lei era come sempre calma e cosciente mentre pensava alla libertà. Sfortunatamente ci sono immagini di molte persone nel mondo che vengono picchiate o uccise, ma l’eredità di Neda viene dai suoi pensieri sinceri evidenti sul suo viso: è questo che ha colpito il cuore di milioni di persone nel mondo. Attraverso la sua mente cosciente e il suo estremo coraggio, Neda è stata capace di indicare una nuova direzione a milioni di iraniani che protestano e rafforzano la loro risolutezza nel cercare le loro libertà.

Il momento in cui Neda ha dato il suo ultimo respiro, è iniziato il conto alla rovescia per la caduta del regime disumano in Iran. Oggi gli iraniani ben informati e molte persone nel mondo aspettano solo il giorno della vittoria.

Il dono di Neda alla popolazione mondiale è la libertà. Penso che Neda non sia solo l’eroina o la leader della libertà degli uomini nel 2009, ma il suo nome resterà nella storia come un’eroina degna e grande.

Traduzione di C.P.

martedì 26 gennaio 2010

Morto e defunto il confronto del 'Politically correct'


Ogni italiano si sarà accorto come negli ultimi anni la politica ha cambiato il proprio registro nel rapportarsi con il proprio antagonista.



Gruppi di potere, partiti o schieramenti politici hanno rivisto completamente la metodologia dello scambio di opinioni nei confronti del gruppo politico con il quale ci si contrappone o verso il rappresentante politico con il quale ci si appresta ad affrontare una campagna elettorale.

Qualche tempo fa la politica astuta che si atteneva ancora ad un modus operandi democratico e civile, si apprestava ad affrontare l’avversario con un confronto ideologico basato sulle proposte programmatiche del partito politico di appartenenza.

In questi confronti si mettevano le carte in tavola con le proposte che diventate opportunità avrebbero alimentato la vita del paese da lì in avanti.

Chi sapeva proporre il ‘meglio’, le proposte più ‘appetitose’ per il popolo o quello che risultava essere indispensabile al paese in quel momento, avrebbe vinto quella partita al tavolino del dialogo, senza mietere vittime sacrificali che non avrebbero giovato a nessuno, tantomeno al paese.

Oggi tutto questo non c’è più, la parola ‘confonto’ è stata dimenticata, anzi direi questa parola è morta nell’agenda della politica.

L’avversario politico è diventato un ‘nemico’ da eliminare con qualsiasi mezzo.

Oggi si demolisce l’avversario politico con la diffamazione, una foto, un video e la sua fama ed il suo buon nome vengono infangati per sempre verso l’opinione pubblica a volte affamata di gossip.

Succede a destra ed a sinistra le armi della politica hanno trovato una nuova via breve ed efficace, portare alla luce uno ‘scandalo’ che sarebbe potuto passare inosservato, denigrare l’oppositore ideologico su un campo che non ha nulla a che fare con la politica.

Non si è capaci più di affrontarsi sugli argomenti e sugli atteggiamenti politically correct come si faceva un tempo.

A decidere del futuro dei nostri politicanti ora sono i ‘comitati politici di redazione’, dietro le scrivanie di quotidiani o delle testate di gossip come il settimanale ‘Chi’ o ‘Il giornale’, per mano di un Signorini o di un Feltri si decidono di mandare alla gogna i Sircana, i Marrazzo, le Mussolini o i Boffo.

Altro lato sconcertante sta nel fatto che foto o filmati che arrivano sui tavoli di queste redazioni per mano dei Corona e c. sono sottoposte al vaglio dei patron (vedasi Berlusconi nel caso Marrazzo) che stabiliscono chi condannare e chi salvaguardare. In quest’ultimo caso le prove del ‘reato’ magicamente scompaiono dalla circolazione per un personaggio da proteggere ed il politico di turno è salvo.

Ora ci si sta avvicinando sempre di più al confronto elettorale di marzo delle regionali ed i comitati elettorali ufficiali e quelli nascosti nel retrobottega di qualche redazione sono all’opera ed in pieno fervore.

In molti cercano di costruire una coalizione o cercano un rappresentante politico, qualcun altro sotto mandato imposto dall’alto con losca e disarmante tenacia, cerca prove indirizzate alla demolizione del candidato di turno.

Che sia Bonino, Bresso, Vendola o Boccia, Zaia, qualsiasi candidato in questo momento sa di esser sotto il tiro di trincea che la politica del nuovo millennio ha messo in campo, pur di evitar il confronto diretto del corpo a corpo che troppo spesso ha messo in evidenza personaggi politici di valore a discapito di politici inconsistenti andati avanti per ‘raccomandazione’.

Prepariamoci a vederne di belle perchè il 27 Marzo 2010 non è molto lontano.

domenica 10 gennaio 2010

La morte ordinaria del “negro” Uzoma Emeka, detenuto modello nella galera di Castrogno, Teramo, sezione di “schifezza media” del Grande Carcere Italia


Quasi tutti i giornali hanno sbagliato a scriverne il nome il giorno dopo la sua morte, avvenuta il 18 dicembre 2009 nel carcere abruzzese di Castrogno, Teramo . Figuriamoci chi potrebbe ricordarsi di lui oggi, quasi un mese dopo, e saprebbe scriverne e pronunciarne correttamente le generalità.

Nelle carceri italiane si continua a morire più che in ogni altro Paese europeo – nei primi dieci giorni dell’anno già quattro decessi, due dei quali suicidi per impiccagione – e non sembra esserci né tempo, né voglia di ricostruire la vita e soprattutto la morte di Uzoma Emeka, 34 anni, nigeriano di Obodoluwu, residente a Martinsicuro, provincia di Teramo, e padre di due bambini, un maschietto di quattro anni e una femminuccia di dieci mesi.

Invece la vicenda di Uzoma Emeka, finita sui giornali perché si sospettava, senza alcun fondamento, che il ragazzo fosse stato vittima di un pestaggio da parte degli agenti penitenziari di Castrogno, è terribile per la sua ordinarietà, e deve fare riflettere perché rappresenta non l’eccezione ma la regola della vita carceraria italiana, persino per la maniera grottesca in cui i “panni sporchi” del carcere teramano sono volati al di là della cinta muraria.

La collina di Castrogno che sovrasta Teramo dà il nome alla prigione ed è una poltrona in prima fila per godersi lo spettacolo delle cime bianche del Gran Sasso. Una immagine che si dimentica appena si oltrepassa la soglia del carcere.
Una galera, questa di Castrogno – ed ecco il primo elemento di preoccupante “ordinarietà” -, che non è peggiore, né migliore di tante altre patrie galere. Le celle e i materassi umidi, il riscaldamento e l’acqua calda un giorno sì e quattro no, il pavimento sempre sporco anche dopo il lavaggio, perché è di cemento e rimuovere lo sporco è impresa vana. Un carcere insomma che fa abbastanza schifo, ma che rientra nella “schifezza media” del Grande Carcere Italia, versione contemporanea della ottomana Corte del Diavolo, la galera di Istanbul raccontata da Ivo Andric.

La nostra “Corte del Diavolo”, dalle Alpi alla Sicilia, dovrebbe accogliere non più di quarantremila detenuti. Invece ne contiene sessantaseimila.
Castrogno, dice il nuovo comandante degli agenti penitenziari, Sabatino De Bellis, è un carcere di media sicurezza, che dovrebbe ospitare 230 detenuti e invece ne ha 400. Ma che non sta peggio del carcere di Bologna, per esempio, da dove De Bellis proviene, poiché la carenza di personale a Teramo (191 agenti invece dei previsti 203) è dell’8 per cento, mentre a Bologna è del 37 per cento. E anche per numero di morti c’è chi sta peggio. E’ vero che a Teramo ci furono 12 morti in un anno solo, nel 1991. Ma nella vicina Sulmona ce ne sono stati 15 negli ultimi dieci anni, e tutti suicidi, compresa la direttrice, Armida Miserere, che si sparò un colpo in bocca il 19 aprile 2003 per una non meglio diagnosticata forma di “depressione”.

Uzoma Emeka stava scontando una pena a due anni e dieci mesi per spaccio di droga. Eroina. Lo avevano arrestato il 27 giugno 2008. Colto in flagrante, con due etti di “roba” e un frullatore per tagliare la droga e “allungarla”.
Ragazzo sempre sorridente, addirittura simpatico e sempre pronto ad aiutare gli altri detenuti, dicono di lui gli agenti penitenziari. E doveva essere così, se il magistrato di sorveglianza di Pescara gli aveva già riconosciuto uno sconto di pena di novanta giorni per buona condotta e gli aveva promesso un permesso premio per Natale. Cose molto importanti per un detenuto, poiché possono fargli ottenere la trasformazione della detenzione in carcere in detenzione domiciliare, che per Uzoma sarebbe scattata già in febbraio.

Uzoma era sbarcato in Italia per lavorare, dice il suo avvocato Giulio Lazzaro , e di lavori e lavoretti, saltuari e sottopagati, ne ha fatti tanti. Ma una volta scaduto il permesso di soggiorno, in base alle regole della legge “Bossi-Fini” doveva smammare. Aveva già due figli, una compagna – Loveth Omorodion, 33 anni, anche lei nigeriana, ma di Benin City -, e così ha deciso di fare il grande salto e si è messo a spacciare droga.
Nessuno vuole giustificare la scelta sciagurata di Uzoma. Se spacciava droga è giusto che sia stato arrestato e condannato. Ma la “condanna a morte”, anche se nella forma “indiretta” di non essersi presi cura di lui fino a lasciarlo crepare, no. Questo esito non può essere giustificato nemmeno dal sovraffollamento e dalla vita grama che tra le mura della “Corte del Diavolo” tocca in sorte anche agli agenti di custodia.

Il 18 dicembre scorso Uzoma Emeka è svenuto e non ha più riaperto gli occhi. Quando lo hanno soccorso era troppo tardi. All’ospedale civile di Teramo, Uzoma è arrivato cadavere. Eppure, erano già quindici giorni che Uzoma stava male, anzi malissimo. L’ultima volta che la compagna Loveth è andata a trovarlo è stato sei giorni prima della sua morte, il 12 dicembre. Loveth uscì sconvolta da quell’incontro. Per due motivi. Il primo, lo stato di salute di Uzoma: non si reggeva in piedi e lo portavano a braccio. Il secondo, le poche parole sussurratele dal suo uomo, che le avrebbe confidato di avere paura perché in carcere aveva visto “qualcosa di brutto” .

Cosa aveva visto Uzoma? Aveva visto una guardia pestare un detenuto, il 22 settembre. E come facciamo a sapere di questo pestaggio (o, come dicono gli agenti, di questa “reazione” della guardia all’aggressione da parte del detenuto)? Lo sappiamo grazie alla registrazione di un colloquio piuttosto animato tra l’ex comandante degli agenti, Giuseppe Luzi (ora sospeso dal Dap , il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) e i suoi subalterni, avvenuto tre giorni dopo, il 25 settembre. La registrazione, su cd rom, con una lettera di accompagnamento apparentemente scritta da un detenuto anonimo, è stata inviata al quotidiano di Teramo, “La Città”, che naturalmente ha pubblicato tutto, facendo esplodere lo scandalo, con relativa apertura di un’inchiesta giudiziaria.
In questo colloquio, il comandante Luzi si arrabbia: “Abbiamo rischiato una rivolta eccezionale”, dice Luzi. E poi, rivolgendosi a un agente che dice di non saperne nulla: “Ma come, Micacchioni , soltanto tu non sai che cosa è successo? Non lo sai che ha menato a un detenuto in sezione? Ma se lo sanno tutti!”. E quello: “Io non c’ero. Non so nulla”. Luzi allora pronuncia la frase che gli è costata la sospensione. “In sezione – dice – un detenuto non si massacra. Si massacra sotto”. E aggiunge: “Abbiamo rischiato una rivolta perché il negro ha visto tutto…”.

Quel “negro” era Uzoma Emeka. Ecco perché il primo, atroce, ma giustificato sospetto, quando Uzoma è morto, è stato che qualcuno potesse averlo fatto fuori per ciò che aveva visto. Poi l’autopsia accerterà che Uzoma è morto per un tumore al cervello e l’atroce sospetto, per fortuna, svanirà subito. Ma con Uzoma se ne è andato anche il testimone del pestaggio, o della “lite”, che secondo Luzi non doveva avvenire, o meglio: non doveva avvenire davanti agli altri detenuti, poiché “poteva far scoppiare una rivolta eccezionale”. E il fatto che Uzoma sia morto, diciamo la verità, ha acquietato gli animi di tutti coloro che potevano temere il racconto di un testimone scomodo.

Dicevamo però anche dell’aspetto grottesco di questa vicenda tragica. Di Uzoma avremmo letto soltanto due righe liquidatorie nelle agenzie di stampa, se sul carcere di Teramo non si fossero accesi i riflettori a causa di quella registrazione – è il caso di dirlo – galeotta. Registrazione e lettera anonima che però – cosa risultatata subito evidente – non è stato un galeotto a confezionare. E’ stato un agente penitenziario. E non per un sussulto di coscienza. Ma per vendetta. La guardia carceraria che ha registrato le trucide parole del comandante Luzi lo ha fatto solo perché Luzi non lo avrebbe “protetto”. Più in dettaglio: l’anonimo agente aveva una relazione con una collega, e la loro storia si sarebbe svolta all’interno del carcere, tra una pausa e un cambio di turno. Un altro agente avrebbe inviato, dal carcere, una lettera al marito della signora, rivelandogli tutto con abbondanza di particolari e creando così un caso carcerario sì, ma “a luci rosse”.
Cosa c’entra in tutto questo il comandante Luzi? Secondo l’agente anonimo, Luzi doveva impedire che dal carcere uscisse quella lettera. Doveva “filtrarla”, come si fa con tutta la corrispondenza dei detenuti e così schermare lui e la collega amante. Tanto più, dicono in carcere, che Luzi tempo prima aveva avuto una storia simile, sempre all’interno della stessa struttura, con una collega, che poi è diventata la sua seconda moglie, e quindi doveva mostrare particolare “comprensione” per i due secondini amanti…
Come ragionamento è delirante, ma come movente è micidiale.

Poi però Uzoma, “il negro che aveva visto tutto”, muore e quella registrazione finita sui giornali diventa ancora più inquietante. E così all’inchiesta del pm David Mancini su Luzi e altri cinque agenti per il pestaggio, se ne affianca subito un’altra, condotta dal pm Roberta D’Avolio , per la morte di Uzoma Emeka. E sì, perché il caso è tutt’altro che chiuso.

Uzoma, prima di morire, è stato male per giorni. Ma non perché, come pure si è insinuato, fosse tossicodipendente. Non lo era. O perché stesse seguendo una terapia antidepressiva con uso di psicofarmaci. Non aveva di questi problemi. La verità è che quando Uzoma ha cominciato a star male – capogiri, violente emicranie, vomito, svenimenti – le uniche cose che sono state fatte per lui sono quelle che “ordinariamente” si fanno per tutti i detenuti in tutte le carceri: esenzione dal lavoro, se si è “lavoranti” (e Uzoma lo era), trasferimento di cella, e poi pasticche su pasticche (antridepressivi, ansiolitici, calmanti) come rimedi universali per qualsiasi patologia.


Ogni detenuto, e quindi anche Uzoma, ha una cartella biografica in cui viene annotato tutto ciò che fa un carcerato, anche le cose minime. Questa cartella è, o dovrebbe essere, ciò che la “scatola nera” è per un aereo.
La cartella personale di Uzoma è stata sequestrata dal pm D’Avolio e sicuramente conterrà – sarebbe molto grave se così non fosse – la motivazione che ha causato l’esenzione dal lavoro di Uzoma e il suo cambio di cella. E poiché Uzoma si sentiva male, è lecito e logico pensare che la motivazione riguardi il suo stato di salute. Il punto è: con quale diagnosi? Perché se si è scoperto che Uzoma aveva un tumore al cervello soltanto dopo l’esame autoptico vuol dire che nel carcere di Castrogno non c’è nemmeno un mediconzolo in grado di interpretare quei sintomi così evidenti come altrettanti campanelli d’allarme per disporre con urgenza almeno una Tac.

Invece, dalle prime indiscrezioni sul contenuto della cartella biografica di Uzoma trapela che il ragazzo avrebbe avuto una intossicazione da alcol. Strano. Durante i pasti non è ammesso più di un bicchiere di vino. Non ci si intossica con un bicchiere di vino. A meno che non si voglia sostenere che qualcuno abbia passato a Uzoma una bottiglia di whisky… Ma questo sarebbe ancora più “ordinariamente” grave, perché significherebbe che non solo Uzoma non è stato controllato, non solo è stato abbandonato a se stesso, ma addirittura sarebbe stato fatto ubriacare per anestetizzarlo, come si faceva con i pellerossa confinati nelle riserve.


E allora, in attesa che parlamenti e governi potenzino le misure alternative al carcere e migliorino la “legge Gozzini” , chiediamoci: c’è uno sbocco concreto e immediato per la vicenda di ordinario abbandono carcerario di Uzoma Emeka? Sì, c’è. Ed è, semplicemente, l’esercizio di una giusta e ordinaria giustizia.

Articolo di Carlo Vulpio del 10/01/10

Ripreso dal blog di Carlo Vulpio

domenica 3 gennaio 2010

Scudo fiscale 2009. Vantaggi per chi?

Con il decreto per la programmazione economica e finanziaria 2010-2013 il Governo prevede la reintroduzione dello scudo fiscale nel nostro paese, inserendolo nella manovra di bilancio per l’anno 2010.

Per molti di noi cittadini però questa parola, ’Scudo fiscale’, risulta alquanto sconosciuta, non tanto per il significato intrinseco del termine, ma per l’utilizzo o la mera applicazione di questo strumento nella vita di un comune cittadino di cui non conosciamo applicazione, almeno per i più.

In realtà questo complesso strumento fiscale per il suo vasto campo di applicazione, risulta essere di limitato utilizzo per il comune cittadino a meno che non abbia patrimoni detenuti illegalmente all’estero.

Quale scopo si prefigge questo strumento fiscale?

L’articolo di legge che prevede l’introduzione di questa norma, garantisce a coloro residenti in Italia che abbiano detenuto capitali, attività finanziarie e patrimoniali all’estero ’illecitamente’, l’istituzione di una imposta straordinaria di regolarizzazione.

Per dirla in parole povere una specie di sanatoria una tantum.

Sarà applicata una aliquota complessiva del 5% sulle rendite di patrimoni che fino al 31 Dicembre 2008 risultavano giacenti fuori dall’Italia, condizione sine qua non è il rimpatrio di questi e la effettiva regolarizzazione secondo questo decreto.

Quindi a partire dal 15 Settembre 2009 al 15 Aprile 2010 si potrà mettere in regola quanto detenuto all’estero e fino ad oggi al riparo della scure fiscale dello Stato, il quale nelle ultime settimane comincia ad accusare i segni della crisi, con una riduzione delle entrate.

Come dichiarato dal nostro ministro dell’Economia Tremonti lo scopo ufficiale di questa manovra è rintuzzare qualche gruzzoletto per ridare respiro alle casse statali stanando qualche capitale detenuto nei famosi ’Paradisi fiscali’ da società o personaggi facoltosi ’integerrimi’.

Andiamo quindi a vedere quanto preveda il Governo che possa rientrare da questa tanto pubblicizzata manovra, quindi quale gettito è stato inserito nelle entrate dell’erario per l’anno 2010.

Incredibile ma vero, la previsione di bilancio per lo scudo fiscale è l’entrata di 1 Euro.

Questo si che è parlare, e ciò rivela elevate capacità di programmazione economica del ministero, ma nella relazione si riportano tali motivazioni che giustificano questa scelta.

’Per quanto riguarda le valutazioni sul gettito, non si ascrivono per ora effetti finanziari se non nella misura simbolica di 1 euro ’per sola memoria’ per le seguenti considerazioni: assoluta imprevedibilità del numero dei soggetti interessati che potrebbero aderire all’iniziativa e conseguentemente della quota delle attività finanziarie e patrimoniali oggetto di rimpatrio e regolarizzazione; indeterminabilità della effettiva distribuzione temporale dell’eventuale gettito tra l’anno 2009 e l’anno 2010’.

Per coloro che si affidano all’applicazione di queste norme per il rimpatrio dei loro patrimoni succeduto dalla regolarizzazione del pagamento d’imposta, sarà garantito inoltre l’anonimato ed escluso ogni accertamento da organi competenti sulle attività patrimoniali anche se di provenienza illecita.

Pertanto l’emersione di questi casi non potrà costituire elemento utilizzabile in altri dibattimenti giudiziari o amministrativi, garantendo uno scudo anche da questo fronte per il malversatore pentito.

Voglio sottolineare in aggiunta a quanto sopra riportato che nello scudo fiscale messo in atto da Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna non era previsto il mantenimento dell’anonimato al fine di far emergere i responsabili della frode ai danni dello Stato.

Traendo le somme, la sensazione che emerge da questo decreto è che si voglia far passare una norma che sana gli illeciti generati dalla detenzione di capitali all’estero senza che le casse dell’erario ne traggano alcun giovamento economico di rilievo, trasformando questo provvedimento in tal modo come slogan per il risanamento del Paese.

Tratto dal sito Agoravox Italia