giovedì 11 febbraio 2010

Crisi economica: Produzione industriale 2009 a picco -17,5%


Ieri l’Istat ha diffuso un altro dato definitivo molto negativo sulla produzione industriale italiana di dicembre 2009 a conferma dello stato della nostra economia e delle imprese che ne reggono l’impalcatura.

La diminuzione della produzione industriale a dicembre 2009 rispetto al mese di novembre 2009 ha riportato una rallentamento del –0,7%.

Ancora più preoccupante è la riduzione media annua della produzione industriale del 2009 rispetto all’anno 2008, che si è contratta del –17,5%, pur avendo il 2009 254 gg lavorativi contro i 253 gg lavorativi del 2008.

Nel 2008 si era già consuntivata una diminuzione media annua della produzione industriale del –3,1%, che non faceva presagire un tracollo di queste dimensioni nell’anno successivo.

Ora i principali settori dell’industria che in Italia si trovano in queste difficoltà chiedono i sostegni dello stato già concessi alla Fiat nell’anno trascorso avendo riconosciutogli un privilegio per pochi.

Quest’anno è la volta di elettrodomestici e quant’altro che potranno usufruire degli incentivi all’acquisto, ma qui analizzeremo la metodologia proposta dal Governo.

Il 2010 quindi partirà sotto i peggiori auspici, visto che questo Governo ad oggi non ha mosso alcun passo verso il sostegno alle grandi, piccole e medie imprese in difficoltà, non riconoscendo alcun vantaggio fiscale o maggior sostegno allo sviluppo, negando anche il monitoraggio sulle banche che stringono la morsa nella concessione del credito.

Sotto queste prospettive il paese come potrà riprendere il volano della crescita e dello sviluppo?

Probabilmente dopo la fuga di molte imprese all’estero, si sta concretizzando un impoverimento del tessuto industriale italiano con riflesso diretto sull’economia del paese e delle famiglie italiane, in tal modo si dovrà rivedere a 360° il modello della nostra società, da industriale a post-globalizzazione.

Se così non fosse e ce lo auguriamo, ci aspettiamo da parte del Governo un intervento di chiarificazione sullo stato dell’industria e degli interventi che prevede avviare in quanto oggi sembra che nessuno da Palazzo Chigi abbia menzionato questo dato economico piuttosto importante e illuminante sullo stato di depressione del principale settore economico del paese.

Articolo di Paolo Praolini da Agoravox Italia

mercoledì 10 febbraio 2010

Perchè Ciancimino jr. ha deciso di parlare!


La domanda è diventata uno slang che attraversa salotti borghesi e mercati popolari, uffici e redazioni, bar e sale Bingo, in una parola, tutta Palermo: "Perché parla Massimuccio?". E, soprattutto, perché parla proprio ora? Perché un giovane rampollo della borghesia mafiosa dal cognome pesante, che ha respirato omertà da quando era in fasce, custode di segreti e di miliardi, decide un giorno di fine 2007 di abbandonare la sua "dolce vita", destinata a continuare nonostante una condanna per riciclaggio e una confisca di 60 milioni di euro per incontrare Maurizio Belpietro, allora direttore di Panorama, e avventurarsi sui sentieri impervi della trattativa "mafia-stato" sollevando una querelle istituzionale dai risvolti imprevedibili?

E aprendo, di fatto, la strada ai primi interrogatori di gennaio 2008 (Caltanissetta) e marzo 2008 (Palermo) per puntare, come missili, le sue parole e i suoi documenti, contro Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi? In buona sostanza a Palermo la domanda alimentata dalla diffidenza verso un cognome che ha segnato in negativo la città e una vicenda istituzionale dai contorni ancora confusi, e: "chi glielo fa fare?".

Come per la formazione della squadra rosanero, ciascuno dei palermitani, ha, ovviamente, una propria risposta, a volte ancorata al terreno della logica, più spesso in volo nei cieli della dietrologia. Vuole salvare quel che resta (e non è probabilmente poco) del patrimonio familiare? Vuole sfuggire alla misura di prevenzione personale, l’unica che veramente lo spaventa e che gli impedirebbe di continuare a fare il trader sui mercati di mezzo mondo? Regola conti antichi del padre eseguendo una volontà testamentaria non scritta di don Vito, che negli ultimi mesi di vita gli descrisse "in maniera criptica la natura dei suoi rapporti economici attraverso una rete di prestanome?".

Lui la spiega cosi’, mescolando ragioni nobili e meno nobili, familiari e civili: "L’amico del sig. Franco mi disse di non parlare di lui, del suo mondo, di Berlusconi e della trattativa, De Donno mi assicurò che sulla trattativa avrebbero messo il segreto di Stato. E il pm Sciacchitano, attraverso il prof. Lapis, mi mandò a dire di non parlare della società del gas: a Lapis risposi che mi ero rotto le scatole di proteggere tutti e pagare solo io. E mia moglie (stanca dei guai giudiziari, ndr) mi disse che stavo rovinando il bambino chiamandolo Vito Andrea. Con lei presi un impegno, il giorno che sarei stato condannato avrei smesso con questa vita. Da oggi voglio che mio figlio Vito sia orgoglioso di portare il cognome che porta".

Se la serenità interiore di Gaspare Spatuzza notata da più d’un pm è il biglietto da visita della sua conversione religiosa, appare oggettivamente più difficile attribuire alle parole di Ciancimino jr, per ragioni familiari da sempre immerso in una sub cultura omertosa, l’abito laico di una folgorazione civile sulla via di Arcore.
Ma se è giusto interrogarsi sul perché il giovane Massimo parli solo adesso, appare lecita la medesima domanda nei confronti di altre memorie ad orologeria dei protagonisti sul palcoscenico istituzionale, da Nicola Mancino a Claudio Martelli, da Liliana Ferraro a Luciano Violante fino agli stessi Mori e De Donno, che rivelarono dopo sei anni il loro incontro del 25 giugno con Paolo Borsellino.

A conferma che i buchi neri di quella stagione sono ancora numerosi, e i miliardi di Ciancimino portati a Milano alla fine degli anni ’70, come testimoniano le sentenze dei processi di mafia e di bancarotta e le collezioni dei giornali dell’epoca, possono costituire una formidabile chiave interpretativa per rileggere vicende ancora attuali nell’Italia dei patti e dei ricatti.

Articolo di Giuseppe Lo Bianco da il Fatto Quotidiano del 10 febbraio 2010

sabato 6 febbraio 2010

La candidatura in Campania di De Magistris


In queste ultime ore in molti, da più fronti e attraverso strumenti di comunicazione diversi, mi chiedono un atto di coraggio e di responsabilità: partecipare alla corsa elettorale per la regione Campania. E' un attestato di stima e di fiducia che quasi mi crea imbarazzo, per via di quel sentimento di affetto che sento presente in questa richiesta. Una richiesta che sono costretto, con sofferenza, a declinare, proprio per il coraggio e la responsabilità che essa chiama in causa. Dico con sofferenza perché la Campania è una terra che amo, essendo la mia terra. Una regione difficile ma feconda, in cui il permanere di una politica paludata, fatta di collusione e connivenze trasversali, non ha azzerato la voglia di cambiamento politico della sua popolazione. I clan che comprimono l'economia e determinano la spesa pubblica delle amministrazioni, ma anche Saviano e la lotta a o'sistema. La disoccupazione e la mala-occupazione frutto del baratto infame fra ragioni elettorali e interessi personali, ma anche il sacrificio dei giovani nell'inventarsi un'alternativa e un futuro. Perciò merita una nuova classe dirigente, coraggiosa e responsabile appunto, che risponda al desiderio di rinnovamento e discontinuità. Sarebbe allora una prova di coraggio e responsabilità lasciare l'incarico di presidente della Commissione bilancio e il ruolo rivestito nel Parlamento europeo, a cui sono stato delegato grazie al voto di quasi 500mila elettori? Cosa ci sarebbe di coraggioso e responsabile nell'abbandonare una carica che ho promesso di svolgere al meglio davanti ai cittadini? Sarebbe nuova e sarebbe giusta una scelta di questo tipo, che vedrebbe riaffermata la solita vecchia pratica, così offensiva per la comunità, di chi chiede consenso per un impegno e poi tradisce questa promessa per imbarcarsi in un'altra avventura politica? C'è bisogno di trasparenza e onestà in Campania, creare un'amministrazione che faccia di questi aggettivi il senso della sua missione, rompendo con la tradizione della co-gestione clientelare del potere, con i pacchettari di voti che determinano la dirigenza, con l'intreccio di crimine e affari nella cosa pubblica. Ma per affrontare questa sfida, mi chiedo, posso scegliere di passare per il "voltafaccia" del mandato popolare, che ho ricevuto da chi mi ha votato come parlamentare europeo? Posso disattendere gli obblighi della Commissione per il controllo del bilancio, a cui credo come occasione per ristabilire un corretto utilizzo del denaro pubblico? Posso venir meno all'obiettivo di rendere europea la lotta alle mafie, alla loro infiltrazione istituzionale, al loro sfruttamento parassitario dell'economia e delle istituzioni? Credo di no, credo di non poterlo fare. Da politico sento di dover dimostrare credibilità e correttezza nei confronti dell'elettorato. Per la Campania continuerò ad impegnarmi, come sto facendo dall'Europa e in Europa, che non è affatto un esilio dorato, come molti detrattori sostengono, ma uno spazio politico in cui è possibile combattere per il futuro del proprio Paese. Lotto con il popolo in movimento in Italia. E il mio Paese, per me, è anche e soprattutto la Campania. Dal suo riscatto infatti, come da quello di tutto il Sud, dipende il destino di un'intera nazione.

Di Luigi De Magistris dal suo blog www.luigidemagistris.it