domenica 10 gennaio 2010

La morte ordinaria del “negro” Uzoma Emeka, detenuto modello nella galera di Castrogno, Teramo, sezione di “schifezza media” del Grande Carcere Italia


Quasi tutti i giornali hanno sbagliato a scriverne il nome il giorno dopo la sua morte, avvenuta il 18 dicembre 2009 nel carcere abruzzese di Castrogno, Teramo . Figuriamoci chi potrebbe ricordarsi di lui oggi, quasi un mese dopo, e saprebbe scriverne e pronunciarne correttamente le generalità.

Nelle carceri italiane si continua a morire più che in ogni altro Paese europeo – nei primi dieci giorni dell’anno già quattro decessi, due dei quali suicidi per impiccagione – e non sembra esserci né tempo, né voglia di ricostruire la vita e soprattutto la morte di Uzoma Emeka, 34 anni, nigeriano di Obodoluwu, residente a Martinsicuro, provincia di Teramo, e padre di due bambini, un maschietto di quattro anni e una femminuccia di dieci mesi.

Invece la vicenda di Uzoma Emeka, finita sui giornali perché si sospettava, senza alcun fondamento, che il ragazzo fosse stato vittima di un pestaggio da parte degli agenti penitenziari di Castrogno, è terribile per la sua ordinarietà, e deve fare riflettere perché rappresenta non l’eccezione ma la regola della vita carceraria italiana, persino per la maniera grottesca in cui i “panni sporchi” del carcere teramano sono volati al di là della cinta muraria.

La collina di Castrogno che sovrasta Teramo dà il nome alla prigione ed è una poltrona in prima fila per godersi lo spettacolo delle cime bianche del Gran Sasso. Una immagine che si dimentica appena si oltrepassa la soglia del carcere.
Una galera, questa di Castrogno – ed ecco il primo elemento di preoccupante “ordinarietà” -, che non è peggiore, né migliore di tante altre patrie galere. Le celle e i materassi umidi, il riscaldamento e l’acqua calda un giorno sì e quattro no, il pavimento sempre sporco anche dopo il lavaggio, perché è di cemento e rimuovere lo sporco è impresa vana. Un carcere insomma che fa abbastanza schifo, ma che rientra nella “schifezza media” del Grande Carcere Italia, versione contemporanea della ottomana Corte del Diavolo, la galera di Istanbul raccontata da Ivo Andric.

La nostra “Corte del Diavolo”, dalle Alpi alla Sicilia, dovrebbe accogliere non più di quarantremila detenuti. Invece ne contiene sessantaseimila.
Castrogno, dice il nuovo comandante degli agenti penitenziari, Sabatino De Bellis, è un carcere di media sicurezza, che dovrebbe ospitare 230 detenuti e invece ne ha 400. Ma che non sta peggio del carcere di Bologna, per esempio, da dove De Bellis proviene, poiché la carenza di personale a Teramo (191 agenti invece dei previsti 203) è dell’8 per cento, mentre a Bologna è del 37 per cento. E anche per numero di morti c’è chi sta peggio. E’ vero che a Teramo ci furono 12 morti in un anno solo, nel 1991. Ma nella vicina Sulmona ce ne sono stati 15 negli ultimi dieci anni, e tutti suicidi, compresa la direttrice, Armida Miserere, che si sparò un colpo in bocca il 19 aprile 2003 per una non meglio diagnosticata forma di “depressione”.

Uzoma Emeka stava scontando una pena a due anni e dieci mesi per spaccio di droga. Eroina. Lo avevano arrestato il 27 giugno 2008. Colto in flagrante, con due etti di “roba” e un frullatore per tagliare la droga e “allungarla”.
Ragazzo sempre sorridente, addirittura simpatico e sempre pronto ad aiutare gli altri detenuti, dicono di lui gli agenti penitenziari. E doveva essere così, se il magistrato di sorveglianza di Pescara gli aveva già riconosciuto uno sconto di pena di novanta giorni per buona condotta e gli aveva promesso un permesso premio per Natale. Cose molto importanti per un detenuto, poiché possono fargli ottenere la trasformazione della detenzione in carcere in detenzione domiciliare, che per Uzoma sarebbe scattata già in febbraio.

Uzoma era sbarcato in Italia per lavorare, dice il suo avvocato Giulio Lazzaro , e di lavori e lavoretti, saltuari e sottopagati, ne ha fatti tanti. Ma una volta scaduto il permesso di soggiorno, in base alle regole della legge “Bossi-Fini” doveva smammare. Aveva già due figli, una compagna – Loveth Omorodion, 33 anni, anche lei nigeriana, ma di Benin City -, e così ha deciso di fare il grande salto e si è messo a spacciare droga.
Nessuno vuole giustificare la scelta sciagurata di Uzoma. Se spacciava droga è giusto che sia stato arrestato e condannato. Ma la “condanna a morte”, anche se nella forma “indiretta” di non essersi presi cura di lui fino a lasciarlo crepare, no. Questo esito non può essere giustificato nemmeno dal sovraffollamento e dalla vita grama che tra le mura della “Corte del Diavolo” tocca in sorte anche agli agenti di custodia.

Il 18 dicembre scorso Uzoma Emeka è svenuto e non ha più riaperto gli occhi. Quando lo hanno soccorso era troppo tardi. All’ospedale civile di Teramo, Uzoma è arrivato cadavere. Eppure, erano già quindici giorni che Uzoma stava male, anzi malissimo. L’ultima volta che la compagna Loveth è andata a trovarlo è stato sei giorni prima della sua morte, il 12 dicembre. Loveth uscì sconvolta da quell’incontro. Per due motivi. Il primo, lo stato di salute di Uzoma: non si reggeva in piedi e lo portavano a braccio. Il secondo, le poche parole sussurratele dal suo uomo, che le avrebbe confidato di avere paura perché in carcere aveva visto “qualcosa di brutto” .

Cosa aveva visto Uzoma? Aveva visto una guardia pestare un detenuto, il 22 settembre. E come facciamo a sapere di questo pestaggio (o, come dicono gli agenti, di questa “reazione” della guardia all’aggressione da parte del detenuto)? Lo sappiamo grazie alla registrazione di un colloquio piuttosto animato tra l’ex comandante degli agenti, Giuseppe Luzi (ora sospeso dal Dap , il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) e i suoi subalterni, avvenuto tre giorni dopo, il 25 settembre. La registrazione, su cd rom, con una lettera di accompagnamento apparentemente scritta da un detenuto anonimo, è stata inviata al quotidiano di Teramo, “La Città”, che naturalmente ha pubblicato tutto, facendo esplodere lo scandalo, con relativa apertura di un’inchiesta giudiziaria.
In questo colloquio, il comandante Luzi si arrabbia: “Abbiamo rischiato una rivolta eccezionale”, dice Luzi. E poi, rivolgendosi a un agente che dice di non saperne nulla: “Ma come, Micacchioni , soltanto tu non sai che cosa è successo? Non lo sai che ha menato a un detenuto in sezione? Ma se lo sanno tutti!”. E quello: “Io non c’ero. Non so nulla”. Luzi allora pronuncia la frase che gli è costata la sospensione. “In sezione – dice – un detenuto non si massacra. Si massacra sotto”. E aggiunge: “Abbiamo rischiato una rivolta perché il negro ha visto tutto…”.

Quel “negro” era Uzoma Emeka. Ecco perché il primo, atroce, ma giustificato sospetto, quando Uzoma è morto, è stato che qualcuno potesse averlo fatto fuori per ciò che aveva visto. Poi l’autopsia accerterà che Uzoma è morto per un tumore al cervello e l’atroce sospetto, per fortuna, svanirà subito. Ma con Uzoma se ne è andato anche il testimone del pestaggio, o della “lite”, che secondo Luzi non doveva avvenire, o meglio: non doveva avvenire davanti agli altri detenuti, poiché “poteva far scoppiare una rivolta eccezionale”. E il fatto che Uzoma sia morto, diciamo la verità, ha acquietato gli animi di tutti coloro che potevano temere il racconto di un testimone scomodo.

Dicevamo però anche dell’aspetto grottesco di questa vicenda tragica. Di Uzoma avremmo letto soltanto due righe liquidatorie nelle agenzie di stampa, se sul carcere di Teramo non si fossero accesi i riflettori a causa di quella registrazione – è il caso di dirlo – galeotta. Registrazione e lettera anonima che però – cosa risultatata subito evidente – non è stato un galeotto a confezionare. E’ stato un agente penitenziario. E non per un sussulto di coscienza. Ma per vendetta. La guardia carceraria che ha registrato le trucide parole del comandante Luzi lo ha fatto solo perché Luzi non lo avrebbe “protetto”. Più in dettaglio: l’anonimo agente aveva una relazione con una collega, e la loro storia si sarebbe svolta all’interno del carcere, tra una pausa e un cambio di turno. Un altro agente avrebbe inviato, dal carcere, una lettera al marito della signora, rivelandogli tutto con abbondanza di particolari e creando così un caso carcerario sì, ma “a luci rosse”.
Cosa c’entra in tutto questo il comandante Luzi? Secondo l’agente anonimo, Luzi doveva impedire che dal carcere uscisse quella lettera. Doveva “filtrarla”, come si fa con tutta la corrispondenza dei detenuti e così schermare lui e la collega amante. Tanto più, dicono in carcere, che Luzi tempo prima aveva avuto una storia simile, sempre all’interno della stessa struttura, con una collega, che poi è diventata la sua seconda moglie, e quindi doveva mostrare particolare “comprensione” per i due secondini amanti…
Come ragionamento è delirante, ma come movente è micidiale.

Poi però Uzoma, “il negro che aveva visto tutto”, muore e quella registrazione finita sui giornali diventa ancora più inquietante. E così all’inchiesta del pm David Mancini su Luzi e altri cinque agenti per il pestaggio, se ne affianca subito un’altra, condotta dal pm Roberta D’Avolio , per la morte di Uzoma Emeka. E sì, perché il caso è tutt’altro che chiuso.

Uzoma, prima di morire, è stato male per giorni. Ma non perché, come pure si è insinuato, fosse tossicodipendente. Non lo era. O perché stesse seguendo una terapia antidepressiva con uso di psicofarmaci. Non aveva di questi problemi. La verità è che quando Uzoma ha cominciato a star male – capogiri, violente emicranie, vomito, svenimenti – le uniche cose che sono state fatte per lui sono quelle che “ordinariamente” si fanno per tutti i detenuti in tutte le carceri: esenzione dal lavoro, se si è “lavoranti” (e Uzoma lo era), trasferimento di cella, e poi pasticche su pasticche (antridepressivi, ansiolitici, calmanti) come rimedi universali per qualsiasi patologia.


Ogni detenuto, e quindi anche Uzoma, ha una cartella biografica in cui viene annotato tutto ciò che fa un carcerato, anche le cose minime. Questa cartella è, o dovrebbe essere, ciò che la “scatola nera” è per un aereo.
La cartella personale di Uzoma è stata sequestrata dal pm D’Avolio e sicuramente conterrà – sarebbe molto grave se così non fosse – la motivazione che ha causato l’esenzione dal lavoro di Uzoma e il suo cambio di cella. E poiché Uzoma si sentiva male, è lecito e logico pensare che la motivazione riguardi il suo stato di salute. Il punto è: con quale diagnosi? Perché se si è scoperto che Uzoma aveva un tumore al cervello soltanto dopo l’esame autoptico vuol dire che nel carcere di Castrogno non c’è nemmeno un mediconzolo in grado di interpretare quei sintomi così evidenti come altrettanti campanelli d’allarme per disporre con urgenza almeno una Tac.

Invece, dalle prime indiscrezioni sul contenuto della cartella biografica di Uzoma trapela che il ragazzo avrebbe avuto una intossicazione da alcol. Strano. Durante i pasti non è ammesso più di un bicchiere di vino. Non ci si intossica con un bicchiere di vino. A meno che non si voglia sostenere che qualcuno abbia passato a Uzoma una bottiglia di whisky… Ma questo sarebbe ancora più “ordinariamente” grave, perché significherebbe che non solo Uzoma non è stato controllato, non solo è stato abbandonato a se stesso, ma addirittura sarebbe stato fatto ubriacare per anestetizzarlo, come si faceva con i pellerossa confinati nelle riserve.


E allora, in attesa che parlamenti e governi potenzino le misure alternative al carcere e migliorino la “legge Gozzini” , chiediamoci: c’è uno sbocco concreto e immediato per la vicenda di ordinario abbandono carcerario di Uzoma Emeka? Sì, c’è. Ed è, semplicemente, l’esercizio di una giusta e ordinaria giustizia.

Articolo di Carlo Vulpio del 10/01/10

Ripreso dal blog di Carlo Vulpio

domenica 3 gennaio 2010

Scudo fiscale 2009. Vantaggi per chi?

Con il decreto per la programmazione economica e finanziaria 2010-2013 il Governo prevede la reintroduzione dello scudo fiscale nel nostro paese, inserendolo nella manovra di bilancio per l’anno 2010.

Per molti di noi cittadini però questa parola, ’Scudo fiscale’, risulta alquanto sconosciuta, non tanto per il significato intrinseco del termine, ma per l’utilizzo o la mera applicazione di questo strumento nella vita di un comune cittadino di cui non conosciamo applicazione, almeno per i più.

In realtà questo complesso strumento fiscale per il suo vasto campo di applicazione, risulta essere di limitato utilizzo per il comune cittadino a meno che non abbia patrimoni detenuti illegalmente all’estero.

Quale scopo si prefigge questo strumento fiscale?

L’articolo di legge che prevede l’introduzione di questa norma, garantisce a coloro residenti in Italia che abbiano detenuto capitali, attività finanziarie e patrimoniali all’estero ’illecitamente’, l’istituzione di una imposta straordinaria di regolarizzazione.

Per dirla in parole povere una specie di sanatoria una tantum.

Sarà applicata una aliquota complessiva del 5% sulle rendite di patrimoni che fino al 31 Dicembre 2008 risultavano giacenti fuori dall’Italia, condizione sine qua non è il rimpatrio di questi e la effettiva regolarizzazione secondo questo decreto.

Quindi a partire dal 15 Settembre 2009 al 15 Aprile 2010 si potrà mettere in regola quanto detenuto all’estero e fino ad oggi al riparo della scure fiscale dello Stato, il quale nelle ultime settimane comincia ad accusare i segni della crisi, con una riduzione delle entrate.

Come dichiarato dal nostro ministro dell’Economia Tremonti lo scopo ufficiale di questa manovra è rintuzzare qualche gruzzoletto per ridare respiro alle casse statali stanando qualche capitale detenuto nei famosi ’Paradisi fiscali’ da società o personaggi facoltosi ’integerrimi’.

Andiamo quindi a vedere quanto preveda il Governo che possa rientrare da questa tanto pubblicizzata manovra, quindi quale gettito è stato inserito nelle entrate dell’erario per l’anno 2010.

Incredibile ma vero, la previsione di bilancio per lo scudo fiscale è l’entrata di 1 Euro.

Questo si che è parlare, e ciò rivela elevate capacità di programmazione economica del ministero, ma nella relazione si riportano tali motivazioni che giustificano questa scelta.

’Per quanto riguarda le valutazioni sul gettito, non si ascrivono per ora effetti finanziari se non nella misura simbolica di 1 euro ’per sola memoria’ per le seguenti considerazioni: assoluta imprevedibilità del numero dei soggetti interessati che potrebbero aderire all’iniziativa e conseguentemente della quota delle attività finanziarie e patrimoniali oggetto di rimpatrio e regolarizzazione; indeterminabilità della effettiva distribuzione temporale dell’eventuale gettito tra l’anno 2009 e l’anno 2010’.

Per coloro che si affidano all’applicazione di queste norme per il rimpatrio dei loro patrimoni succeduto dalla regolarizzazione del pagamento d’imposta, sarà garantito inoltre l’anonimato ed escluso ogni accertamento da organi competenti sulle attività patrimoniali anche se di provenienza illecita.

Pertanto l’emersione di questi casi non potrà costituire elemento utilizzabile in altri dibattimenti giudiziari o amministrativi, garantendo uno scudo anche da questo fronte per il malversatore pentito.

Voglio sottolineare in aggiunta a quanto sopra riportato che nello scudo fiscale messo in atto da Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna non era previsto il mantenimento dell’anonimato al fine di far emergere i responsabili della frode ai danni dello Stato.

Traendo le somme, la sensazione che emerge da questo decreto è che si voglia far passare una norma che sana gli illeciti generati dalla detenzione di capitali all’estero senza che le casse dell’erario ne traggano alcun giovamento economico di rilievo, trasformando questo provvedimento in tal modo come slogan per il risanamento del Paese.

Tratto dal sito Agoravox Italia

sabato 26 dicembre 2009

Moderazione modello Carroccio


Da giorni assistiamo alla telesfilata di verginelle con fazzoletto o cravatta verde che denunciano pensose i "seminatori di odio" e i "mandanti morali" del folle attentatore di Milano, invitando la sinistra a "moderare i toni". Questi piromani leghisti possono travestirsi da estintori grazie alla generale smemoratezza sul loro recentissimo passato. Il loro enfant prodige, il sindaco di Verona Flavio Tosi, ha una condanna definitiva per istigazione all'odio razziale contro i rom. Il loro veterano, il prosindaco-prosecco di Treviso Giancarlo Gentilini, vanta una condanna in primo grado per lo stesso reato. E il loro ministro dell'Interno Bobo Maroni s'è buscato 4 mesi e 20 giorni di reclusione in Cassazione per aver menato e addirittura addentato agenti della Digos impegnati, nel 1996, in una perquisizione della Procura di Verona nella sede della Lega a Milano. L'intero stato maggiore del Carroccio è finora scampato, grazie a spericolate votazioni immunitarie del Parlamento, a un'altra inchiesta veronese per le bande paramilitari denominate 'Guardia Padana'.

Senza dimenticare le loro parole di affettuosa solidarietà agli sciagurati 'Serenissimi' che sequestrarono un traghetto a Venezia per occupare armi in pugno il campanile di San Marco. Come irenici nemici dell'odio e della violenza, non c'è male. Contro l'allora procuratore capo di Verona, Guido Papalia, che oltre alla tara della funzione giudiziaria ha pure l'origine meridionale, la Lega dell'Amore scaricò una gragnuola di minacce e insulti, culminati il 13 febbraio 2005 in un corteo di 10-15 mila fanatici capitanati dal ministro Roberto Calderoli, agghindato pagliaccescamente in toga. La squisita sfilata urlava "Papalia il tuo posto è in Turchia", "Papalia terrone il tuo posto è in Meridione", "Papalia il più terrone che ci sia". Il tutto condito dal dolce stil novo di Mario Borghezio: "Magistrati facce di merda". Gran finale con falò di immaginarie sentenze e una finta lapide dedicata al procuratore. Vivi applausi dal futuro ministro Luca Zaia ("Papalia si crede Dio"), dal sindaco Tosi ("Chi dice la verità sugli zingari ladri di bambini diventa razzista") e da Bossi ("Gente così dovrebbe essere bandita dalla società civile e non fare più il magistrato"). Papalia fu poi promosso e trasferito a Brescia. Il nuovo procuratore, Mario Giulio Schinaia, fu quasi subito aggredito da una gang di giovani facinorosi, uno dei quali l'accoltellò alla schiena. L'aggressore, 17 anni, appena arrestato dichiarò di odiare il magistrato perché indagava sulle bande giovanili violente di estrema destra. Ora, per Natale, Schinaia ha allestito in Procura un presepe antirazzista, con la Sacra Famiglia di colore. Subito gli son saltati addosso il ministro Zaia ("inutile provocazione") e il prosindaco-prosecco Gentilini ("disprezza il presepe bianco, non è più al di sopra delle parti"). Sono fortunati a essere leghisti: fossero di sinistra, il centrodestra li avrebbe già additati come mandanti morali postumi dell'attentato al procuratore.

di Marco Travaglio

Da l'Espresso del 23 Dicembre 2009

mercoledì 23 dicembre 2009

La nuova frontiera del Litio


La vita dei combustibili fossili ha di fronte a se un futuro a scadenza determinata molto prossima.
Che siano ancora davanti a noi 20 o 30 anni di utilizzo dei derivati del petrolio non è ancora ben chiaro, ma certamente il baricentro e le attenzioni dell’intero mondo dell’industria si sta rivolgendo con un certo interesse altrove lontano dal ‘blasonato’ oro nero, causa di alcuni dei malanni di questo pianeta, di cui il surriscaldamento da CO2 è il principale effetto collaterale.
Grandi nazioni come Stati Uniti e Cina stanno invertendo la rotta, hanno focalizzato che il futuro sta spalancando le porte per l’accesso all’utilizzo delle fonti di energia alternative agli idrocarburi.
Seppur fallimentare l’Accordo di Copenhagen, non gravato di alcun impegno formale in termini di riduzioni nelle emissioni di CO2 da parte degli stati partecipanti, sta entrando in circolo nel pensiero comune dei Governanti di tutto il mondo che la strada verso un nuovo sviluppo sta nella ricerca e nello sviluppo di nuove fonti di energia pulite applicate alla nostra quotidianità.
In particolare in settori strategici come quella del trasporto e degli autoveicoli l’utilizzo di fonti di alimentazione ibrida (idocarburi/elettrico) o solo elettrica sta diventando il target obbligato per una rivoluzione verso uno sviluppo sostenibile in ‘verde’.
Gli interessi di grandi società come Toyota, GM, Fiat e Chrysler focalizzati sull’utilizzo della trazione elettrica per le nuove generazioni di autoveicoli si sta concretizzando con lo sviluppo, l’ingegnerizzazione e l’applicazione delle nuove batterie al Litio.
Questo nuovo target che sta trainando dietro l’automobile altri importanti settori economici dell’industria mondiale, ha fatto lievitare gli interessi verso il Litio (metallo alcalino), materiale che è disponibile in natura legato ad altri elementi.
E’ iniziata quindi la corsa al Litio, in ogni angolo della terra, le grandi multinazionali di estrazione mineraria sono alla ricerca di nuovi depositi inesplorati ed hanno iniziato una gara alla conquista e lo sfruttamento delle miniere già esistenti.
E’ noto che il primo produttore mondiale di questo prezioso materiale è la Bolivia, che detiene circa il 50% dei depositi di Litio ad oggi conosciuti al mondo.
Questo enorme risorsa in mano al povero stato boliviano sta concedendo al presidente boliviano Evo Morales un grande vantaggio, dove le sue ideologie anti-capitalistiche pur in contrasto con le politiche di Stati Uniti e del resto del mondo industrializzato, gli permetteranno di giocare una partita importante nella concessione dei diritti allo sfruttamento minerario alle multinazionali dei metalli.
Dopo la Bolivia nel mondo ci sono altri depositi importanti di Litio in Sud-Africa, Australia, Stati Uniti, etc. che conplessivamente nel 2008 hanno rifornito le aziende produttrici di batterie per un totale di circa 108.000 tonnellate di carbonato di Litio.
Anche la Cina che ha già messo la sua longa manus su buona parte delle risorse energetiche presenti nel continente africano, ha messo a fuoco tra i suoi obiettivi il business del Litio.
Sarà anche qui una lotta tra multinazionali alla conquista di chi controllerà questa nuova era dell’oro?
E’ certo che anche questa nuova frontiera mieterà nuove vittime tra coloro che cercheranno di inchiodare nelle loro mani le sorti del nostro pianeta, soggiogandolo all’utilizzo di quelle tecnologie di cui non si potrà più fare a meno da qui ai prossimi 50 anni.

giovedì 17 dicembre 2009

La politica "violenta" e delle "palle"


Ma cosa è accaduto dopo la deplorevole aggressione a Silvio Berlusconi?



In molti, in tanti, forse tutti, si sono accalcati in questi utimi due giorni alla finestra della "ribalta" per condannare la politica degli oltraggi e delle calunnie, sempre presente nel registro parlamentare degli ultimi mesi.

Ognuno dei rappresentanti di questa politica, che troppo spesso non ci rappresenta, vuol essere partecipe in prima fila e farsi portabandiera nel condannare quello che fino a ieri hanno partorito, e dico fino a ieri, ingoiando o dissolvendo affermazioni di qualche ora precedente. Di destra, di sinistra e anche di centro: ora tutti vogliono scalzarsi di dosso la responsabilità di aver generato quell’aria malsana e nauseabonda che il Paese sta respirando da troppo tempo, generata dalla politica guerrafondaia.

Ora non si trovano più i rei oratori che nella politica romana attaccano da una parte la magistratura e dall’altra le scappatelle del Premier con quell’acredine e barbarie che da troppi mesi ha cominciato ad incrinare e mostrare cenni di cedimento di un squilibrato convivio politico ed istituzionale. Si cerca di tappare una falla che da troppo tempo noi commentatori più o meno silenziosi cerchiamo di denunciare, ma ci voleva un fatto forte, si doveva arrivare dove non pensavamo si dovesse giungere, un inquietante atto di violenza verso il Premier ha fatto sobbalzare tutti dalla sedia.

Ciascuno interiormente avrà concepito il proprio mea culpa, ma solo lì. Fuori, nel confronto con "l’avversario", si continua a scalzarlo coi toni forti, calci e pugni metaforici, violenza senza mezzi termini, questi sono fatti accaduti ieri nel nostro Parlamento.

Ieri ho capito che la volontà di smorzare i toni ed eliminare "l’odio della politica" non c’è da nessuna parte: si continua con il muro contro muro, chi più la dura la vince.

No, signori: qui non è solo Berlusconi che ci ha rimesso, fino ad ora, con il colpo infertogli dal Tartaglia. Ora è l’intero Paese che è vicino all’asfissia per quanto materiale "organico/virulento" sta producendo la politica dei conflitti e della sopraffazione. Come possiamo pensare di avere risultati condivisibili e ponderati da una politica delle urla, dall’ammonimento continuo del proprio avversario politico, dalla deligittimazione fraudolenta dell’altrui operato?

Indirizzo questo mio pensiero scritto a quei rappresentanti della politica "tutta", che nel qualcaso vengano a leggermi sbadatamente, riflettano e scaglino una pietra simbolica contro il sostentamento di questo "regime" pesante, rozzo, conflittuale ad ogni costo, che ha stancato in molti, troppi e tutti quegli italiani che ogni giorno si alzano alla mattina presto e vanno comunque a fare il loro dovere nelle fabbriche e negli uffici e, quando ritornano, ritrovano quel Paese invaso anche da uno "stronzo" uscito dalla bocca al Presidente della Camera o da "un premier con le palle".
Allora, prima di andare a letto, vallo a spiegare ai tuoi figli da dove vengono quelle parole. Loro non ti crederebbero mai!

Da Agoravox Italia

mercoledì 22 aprile 2009

Castello Utveggio


Erano le tre di notte ai primi di marzo di quest’anno, a Palermo. Mi sono svegliato di soprassalto, mi sono alzato e sono andato a guardare, dal balcone al nono piano della casa dove dormivo, il monte che sovrasta Palermo.

Non c’era la luna, non c’erano le stelle, il cielo era nero, ma sulla cima del monte si stagliava un castello.

Emanava un lieve chiarore, come se fosse fosforescente, dotato di una luce propria, forse perché l’ho guardato a lungo tante volte illuminato dal sole, e quell’immagine si è ormai stampata nella mia memoria.

Ogni volta che vado in via D’Amelio, vado vicino all’olivo che mia madre ha fatto piantare nel punto in cui era stata piazzata la macchina piena di esplosivo, nel punto dove sono stati massacrati Paolo e i suoi ragazzi. Alzo gli occhi, lo vedo e sto a lungo a guardarlo.

Chissà se Paolo, prima di alzare il braccio per suonare il campanello del citofono della casa di nostra madre, ha alzato gli occhi e l’ha visto per l’ultima volta. Chissà se anche i suoi ragazzi prima di essere fatti a pezzi l’hanno guardato.

Di certo qualcuno, da una finestra di quel castello, li stava osservando e aspettava il momento migliore per azionare il detonatore.

Di certo Gioacchino Genchi, arrivando in via D’Amelio due ore dopo la strage, ha distolto gli occhi dal tronco di Paolo in mezzo alle macerie del numero 19 di via D’Amelio. Ha distolto gli occhi dai pezzi di Emanuela Loi che ancora si staccavano dall’intonaco del palazzo dove abitava la mamma di Paolo e ha visto quel castello.

Quel castello, l’unico punto, come subito capì, da dove poteva essere stato azionato il comando che aveva causato quella strage. E allora prese l’auto, fece quei pochi chilometri in salita che separano via D’Amelio da quello sperone del Monte Pellegrino, andò davanti al cancello di quel castello e suonò un altro campanello.

Lo suonò a lungo ma nessuno gli aprì nonostante la dentro ci fossero tante persone come poté stabilire qualche tempo dopo, elaborando come solo lui è in grado di fare, i tabulati telefonici dove sono riportati le posizioni e le chiamate dei telefoni cellulari e dei telefoni fissi.

Incrociando quelle telefonate si riescono a stabilire delle verità che nemmeno le intercettazioni sono in grado di fare. Si riesce a sapere che da un certo numero di ville situate sulla strada tra Villagrazia di Carini e Palermo, una serie di telefonate partì per segnalare che Paolo stava arrivando al suo appuntamento con la morte.

Si riesce a stabilire che nei 140 secondi, intorno alle ore sedici, cinquantotto minuti e venti secondi, dell’esplosione che causò la strage, delle telefonate partirono e arrivarono da una barca ormeggiata nel golfo di Palermo per segnalare che Paolo era arrivato al suo ultimo appuntamento e che l’esplosione era stata perfettamente sincronizzata col suo arrivo.

Su quella barca c’era Bruno Contrada ed altri componenti dei servizi segreti civili. Dentro quel castello, insieme a persone che Genchi, con le sue tecniche è in grado di individuare e avrebbe già individuato se non lo avessero subito fermato, c’era Musco, una lugubre figura appartenente ed animatore di logge massoniche deviate, che dovrebbe essere inquisito per tanti elementi che invece, oggi, si trovano solo come spunto nelle sentenze di archiviazione di processi, che non hanno potuto svolgersi.

Forse non si svolgeranno mai, protetti come sono da un segreto di Stato non dichiarato, ma non per questo meno forte, perché retto dai ricatti incrociati basati sul contenuto di un’agenda rossa.

Perché invece di portare avanti quei processi, si emanano sentenze assurde e vergognose come come quella che ha mandato assolto il cap. Arcangioli, l’uomo fotografato e ripreso subito dopo l’esplosione in via D’Amelio, con in mano la borsa di cuoio di Paolo che sicuramente conteneva l’agenda rossa.

Perché invece si svolgere altri processi che vanno a toccare i fili scoperti delle consorterie di magistrati, uomini di governo, massoni e servizi deviati, si massacrano altri giudici, non più con il tritolo, ma con metodi nuovi che non fanno rumore, non fanno indignare l’opinione pubblica, come le bombe che in Palestina amputano gli arti di civili palestinesi senza che venga versato del sangue.

Massacri, vere e proprie esecuzioni davanti a plotoni d’esecuzione composti da altri magistrati, come la decimazione della Procura di Salerno, che vengono presentate da una stampa ormai asservita e pavida di fronte al sistema di potere, con un’ottica completamente distorta e fuorviante.

Perché il pericolo rappresentato da Genchi e dalle sue consulenze in un eventuale processo agli esecutori occulti di questa strage, viene eliminato preventivamentre eliminando la possibilità di un utilizzo delle sue raffinate tecniche d’indagine in grado di inchiodare i responsabili materiali di quella strage.

Almeno fino a quando, e non è impossibile che accada, qualcuno non deciderà che sia necessaria la sua eliminazione anche fisica sfidando le reazioni che questa potrebbe provocare nell’opinione pubblica.

Alla stessa maniera in cui fu sfidata questa reazione quando fu necessario eliminare in fretta Paolo per potere rimuovere del tutto, l’unico ostacolo che si frapponeva al portare avanti un’ignobile trattativa tra mafia e Stato, portata avanti, in prima persona, dai più alti gradi del ROS.

Quella trattativa della quale oggi, punto per punto e in mezzo all’indifferenza e all’assuefazione dell’opinione pubblica, vengono realizzati quei punti, contenuti nel "papello" e che sanciscono la definitiva sconfitta dello Stato di diritto.

Vogliamo anche noi dichiararci sconfitti, vogliamo anche noi chinare il capo e dichiararci servi, vogliamo anche noi rinunciare alla nostra libertà?

Il 19 luglio non è lontano. Prepariamoci.

Quest’anno, da quella via in cui tutto è cominciato alle cinque del pomeriggio di 17 anni fa, dovrà nascere e non dovrà più fermarsi la nostra resistenza.

Non dovrà più fermarsi fino a quando non sarà fatta giustizia, fino a quando quei criminali, che stanno godendo i frutti di quella strage, non saranno spazzati via per sempre.


Tratto da un articolo di Salvatore Borsellino per Agoravox Italia

Esser donna oggi


Vorrei spendere due parole sulla condizione della donna in Italia all’interno della propria sfera di relazioni sociali.



Un argomento molto difficile ed impegnativo per come è difficile inquadrare questo ‘essere umano’ diverso dall’uomo per molte caratteristiche emotive e fisiologiche che non sto qui a riportare, ma esattamente equiparabile ad esso per la sfera psico-emotivo-sociologica.

Proprio perchè diversa dall’uomo, la donna è nello stesso tempo complemento con l’uomo nell’arricchire la variegata fioritura di caratteri e sfaccettature che rendono la vita a due, una realtà in cui vengono saturate tutte le necessità dei due soggetti, dove le risorse accomunate possono assolvere ad ogni compito o funzione necessarie alla realizzazione ed allo svolgimento di una sviluppo sociale all’interno della nostra comunità.

Inoltre tra uomo e donna dovrebbe esistere parimenti una equità in tutti i vari aspetti sociali nel raffronto verso la vita quotidiana, dove sia lui che lei abbiano gli stessi riscontri con il mondo esterno, le stesse valutazioni provenienti dal mondo con cui ci si confronta, le stesse possibilità di crescita, lo stesso peso all’interno di una comune scala dei riferimenti riconosciuta universalmente.

A dar valore e forza al sostegno della donna, che fino qualche decennio fà rimaneva relegata profondamente nella sua ridotta statura sociale, all’ombra dell’indiscussa immagine del maschio repressivo, sono state pensate e messe in atto nella nostra società misure straordinarie che hanno dato alle donne una spinta a risalire la chiglia di questo difficile mondo fortemente maschilista.

Quali sono i problemi della donna che la rendono ancora fragile, in quanto non le forniscono gli strumenti per un confronto paritario rispetto all’uomo?

L’argomento è vastissimo ma cercherò di sintetizzarlo per quanto può essere limitato un foglio di carta su cui scrivere le mie brevi impressioni.

In primis la donna, la casa e la famiglia, è questo l’ambito dove si possono sviluppare ed amplificare le problematiche di costei ed i cui oneri le ricadono totalmente sopra sin dalla notte dei tempi, soprattutto nel momento in cui gli obblighi non le concedono la possibilità di fare libere scelte, come realizzarsi professionalemente con un lavoro o altra aspettativa personale.

La gestione degli oneri all’interno della famiglia, la custodia della casa ed il lavoro, questo è una delle dissonanze che ancor oggi creano disparità, rari sono i casi dell’uomo che custodisce casa e famiglia rinunciando ad una autodeterminazione delle proprie aspettative, purtroppo questo oggi è un dato di fatto scontato per troppi se non per l’intera società.

Poi ci sono gli attriti di coppia, le violenze, le separazioni, la gestione dei figli, il confronto tra religioni diverse all’interno della coppia, etc.

Anche qui si apre un’altro immenso mondo di problemi, in maggioranza dei quali la donna rimane troppo spesso vittima delle azioni e dei soprusi dell’altra metà che è l’uomo con la sua decretata posizione di maggioranza.

Partendo da normali litigi quotidiani si arriva spesso a raggiungere regimi di intollerabilità che scaturiscono nella violenza fisica, psicologica, sottomissioni a sfondo religioso, etc.

Troppo spesso ancor oggi, sentiamo arrivare notizie terrificanti dal ns vicinato fino alle cronache quotidiane, delle multiformi azioni violente portate nei confronti delle donna nello stesso ambito familiare o in rapporti interrotti con separazioni e divorzi che debordano in oppressioni continuative.

Anche qui la nostra società profondamente solidale nel suo profondo, ha generato la nascita di interventi di sostegno come consultori, Telefoni Rosa, Centri antiviolenza, leggi sullo stalking, formazione degli organi di polizia contro la violenza sulle donne etc. risultando quest’ultimi strumenti importanti, ma forse insufficienti a governare queste situazioni familiari complesse che in gran parte dei casi rimangono nell’anonimato e non denuciate come dovrebbero.

Lo stesso mondo del lavoro è un altro aspetto dove la donna si confronta giornalmente con il mondo maschilista e dove ogni attività volta al raggiungimento dei propri obiettivi di crescita nella scala gerachica, le costa mediamente ¼ in più delle risorse necessarie rispetto ad un uomo del suo stesso livello professionale.

Al giorno d’oggi inoltre molti incarichi e funzioni anche se istituzionalmente raggiungibili le sono fondamentalmente negate, vedasi alti incarichi istituzionali o manageriali.

Anche dal versante economico le donne hanno un trattamento mediamente inferiore di qualche punto percentuale rispetto all’uomo, oggi anche questo risulta un’aspetto inaccettabile.

Ed allora come possiamo ancor oggi dichiarare dell’aver consegnato alla donna lo status di parimenti diritti acquisiti nei confronti dell’uomo?

La società odierna è costituita ancora su fondamenta generate essenzialmente per soddisfare le aspettative dell’uomo ed atte a mantenere un distacco con il mondo femminile indefinitamente.

Quanto durerà questo e cos’altro manca per la realizzazione di una reale equiparazione delle aspettative e delle opportunità per l’ emisfero femminile nei confronti dell’altra sponda?

Credo sia tutto nella cultura e nella civiltà dei nostri tempi, ancora non pronta a questo passo soprattutto per mancanza di una preparazione culturale e di una educazione civica che possa mettere un seme da far germogliare in ciascuno di noi sin dall’infanzia, dove uomo e donna sono esseri diversi ma allo stesso tempo equiparabili , di completamento l’uno per l’altro nella sfera psico- affettiva, nei diritti e doveri nel cospetto dell’intera società.

Parte del problema può esser ricondotto anche nella testimonianza che portano i genitori-educatori nei confronti dei figli evitando di riprendere il figlio maschio che gioca con le bambole, inculcando sin dall’infanzia indirizzi un tempo inderogabili per i nostri nonni ed i nostri padri ma oggi profondamente anacronistici.
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